AL CINEMA SUL CANALE DI SUEZ

Anche sul sito della rivista Africa.



La vita quotidiana delle tre generazioni di una famiglia palestinese che da sessant’anni abita nel campo di rifugiati di Ain al-Hilweh, nel sud del Libano: 70 mila persone in poco più di un chilometro quadrato, e l’estrema difficoltà, per gli anziani, di tenere accesa la speranza dei giovani in un futuro migliore. Nel film documentario A World Not Ours, il regista Mahdi Fleifel racconta il luogo dove ha vissuto prima di emigrare in Danimarca, i vecchi amici, la sua famiglia, il padre che guarda e riguarda la registrazione della stretta di mano tra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat a Washington, il 13 settembre del 1993, l’immagine che immortalava tante promesse tradite.
All’ultimo Festival di Berlino, il film aveva prodotto una cascata di polemiche per il presunto piglio anti-israeliano (decisamente smentito dal regista che ha dichiarato di non voler fare politica), mentre a giugno questo lavoro drammatico, ricco di preziose sequenze di repertorio degli anni Ottanta girate dal padre dell’autore, ha vinto il primo premio all’Ismailia Film Festival per Documentari e Cortometraggi che si tiene ogni anno nella cittadina egiziana sul canale di Suez.

E’ l’unica rassegna esclusivamente dedicata al documentario tra i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, organizzata dal ministero della Cultura egiziano fin dal 1998, che a ogni inizio giugno tenta di promuovere la diffusione di un genere che nel mondo arabo sta rapidamente allargando la sua platea. Ma l’edizione 2013 del Festival è andata in scena in un momento particolarmente teso, per l’Egitto, perché era il preludio all’ondata di rivolta che il 3 luglio ha destituito il presidente Mohamed Morsi, e di cui ancora non si intravede la fine. 

La band egiziana Massar Egbari in concerto al festival.

Tutto è però cominciato il 31 maggio scorso al Cairo, quando centinaia di artisti, scrittori e registi hanno iniziato un pervicace sit-in davanti all’Opera chiedendo le dimissioni del ministro della Cultura Alaa Abdul Aziz al grido di “Abbasso la Fratellanza”. La contestazione nasceva da una serie di mosse del ministro orientate alla censura e a un più stretto controllo sulla cultura: il licenziamento della direttrice dell’Opera del Cairo, l’allontanamento del capo del settore Belle arti e di quello dell’Autorità per i libri, più altre dimissioni spontanee di chi evidentemente ha cercato di togliersi in fretta dai pasticci. La protesta si è poi allargata alla città di Alessandria, fino a passare in secondo piano dopo la rivoluzione vera.
Al Festival di Ismailia, che si è svolto dal 4 all’8 giugno, il dissenso del mondo intellettuale egiziano è stato un sottofondo costante, insieme ai tagli alla cultura decisi dal governo. Ma anche in riva al canale di Suez the show must go on, anzi: proprio l’edizione di quest’anno ha segnato un salto di qualità nella rassegna. Dieci le prime mondiali proiettate, tra le quali anche il film italiano Space Metropoliz di Fabrizio Boni e Giorgio de Finis, che racconta l’occupazione dell’ex salumificio Fiorucci di via Prenestina a Roma, nel 2009, da parte di migranti e lavoratori precari. E il trascinante Electro Chaabi diretto dalla filmmaker e attivista franco-tunisina Hind Meddeb, un viaggio tra i giovani degli slum del Cairo che danzano e sognano al ritmo del genere musicale inventato da loro, da cui il film prende il titolo.

Il presidente del festival e direttore del Centro nazionale del Cinema egiziano, Kamal Abdel Aziz

La vera novità dell’edizione 2013 di Ismailia è stata però la Piattaforma di co-produzione: dodici progetti di documentari, in fase di sviluppo o post-production, selezionati e invitati in Egitto per raccontarsi e scambiare idee e contatti con producer, distributori e televisioni del mondo arabo. Ed ecco perché c’ero anch’io: Just to Let You Know That I’m Alive, il film sulle donne saharawi che ho diretto insieme a Simona Ghizzoni, ha fatto il suo debutto in società, fra produttori tunisini ed egiziani, la casa di distribuzione libanese MC Distributions, il Doha Film Institute, l’egiziano Studio Masr e il network televisivo pan-arabo Mbc, che in quest’occasione ha annunciato la prossima apertura di un canale interamente dedicato al documentario. 


Eravamo nello sparuto gruppo di europei presenti alla piattaforma, insieme agli irlandesi Bryony Dunne, fotografa e filmmaker con base al Cairo, e Bob Quinn. Al termine dell’intensa tre giorni di colloqui, proiezioni e critiche costruttive, i tre premi per la post-produzione sono andati a filmmaker siriani e palestinesi. Nidal al Dibs, già autore del film Black Stone censurato in Siria, ha presentato a Ismailia il suo nuovo progetto Cinema Wahbe: la battaglia culturale di un gruppo di giovani del Cairo per riaprire il loro cinema di quartiere, una piccola storia di protesta pacifica e attivismo riaccesosi dopo la “primavera” araba. I Saw Harassment della palestinese Samaher el Kady è pure ambientato in Egitto, ma si focalizza sui coraggiosi movimenti femminili nati solo di recente nel Paese per denunciare molestie sessuali e stupri. Mentre Saken, della palestinese Sandra Madi, si svolge in un ospedale in Giordania e racconta l’amicizia tra il palestinese Ibrahim, rimasto paralizzato nell’82 durante la guerra in Libano, e il suo infermiere egiziano Walid.


Durante la piattaforma è stato poi annunciato il primo tentativo di creare un network fra registi, produttori e distributori di documentari indipendenti nel mondo arabo. Si chiama Arab Film Market e i promotori sono lo sceneggiatore marocchino Yahia Reggad, il produttore tunisino Karim Rmadi e la regista egiziana Amira Mansour, che hanno presentato il progetto a Ismailia durante una tavola rotonda-brainstorming dove tutti abbiamo detto la nostra. L’idea è di costruire una rete analoga a quella di Edn, lo European Documentary Network, ma accessibile solo a film indipendenti, per condividere le fonti di finanziamento e tentare di risvegliare l’interesse delle sale cinematografiche del mondo arabo sul genere documentario. Oltre a rafforzare la presenza delle pellicole arabe sui mercati internazionali e incoraggiare gli scambi con tutto il mondo.


Intanto, al cinema Renaissance di Ismailia il festival dedicava una retrospettiva alla regista egiziana Tahani Rached e al nostro Gian Vittorio Baldi, già Leone d’oro a Venezia con La casa delle vedove. E non poteva mancare dal cartellone il film Tamantashar yom (18 giorni), firmato da un collettivo di registi egiziani su iniziativa del cineasta Yousry Nasrallah: storie di gente comune travolta dagli eventi di piazza Tahrir al Cairo tra il 25 gennaio e l’11 febbraio del 2011. Un lavoro non profit e impegnato che destina i suoi proventi a progetti di educazione politica e civile in Egitto. 

Dopo Ismailia, l’impressione è che il cinema arabo creda nel genere documentario più di quanto ci crediamo noi in Europa. Gli sconvolgimenti politici e sociali degli ultimi due anni hanno provocato anche questo effetto collaterale: il desiderio di esplorare nuove visuali dalle quali riferire il mutato panorama quotidiano e tentare un’interpretazione del futuro. “Il documentario è memoria”, dice Kamal Abdel Aziz, presidente del festival di Ismailia e direttore del Centro Nazionale del Cinema egiziano. “Il documentario registra la storia e la realtà. Uno degli obiettivi del Festival è proprio quello di presentare i progressi che il genere ha compiuto negli ultimi anni, e di incoraggiarne il mercato”. Mentre il direttore artistico dell’edizione 2013, il produttore e sceneggiatore Mohamed Hefzy, sottolinea la creatività che si è messa in circolo “riunendo al Festival tanti giovani con la passione per il cinema e la libertà d’espressione, venuti a mostrare le loro interpretazioni del mondo e i sogni per il futuro”. 

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