LA MIA 'NDRANGHETA A MILANO









Giuseppe Ferraro da Taurianova, provincia di Reggio Calabria, abitava a Milano. Secondo le accuse, dal suo appartamento al numero 31 di viale Jenner gestiva i traffici di droga e le estorsioni in città per conto della cosca Pesce di Rosarno, tra le più attive e potenti della ‘ndrangheta calabrese.
Ferraro, che non dev’essere granché gioviale visto che è soprannominato “Mussuni”, cioè musone, finisce in carcere per la prima volta nel 1993, sconta otto anni e poi torna tranquillamente a occuparsi degli affari di famiglia nell’hinterland nord di Milano e nei quartieri di Quarto Oggiaro e della Comasina. Sempre secondo le accuse a suo carico, muove i fili di
un giro di estorsioni a discoteche, locali notturni e ai baracchini che vendono birre e panini fino a notte fonda per le strade del capoluogo lombardo.


Viene arrestato di nuovo nel 2006 nell’ambito dell’operazione Laguna Blu della squadra mobile di Milano, e oggi è detenuto al regime del 41 bis e sotto processo al tribunale di Palmi, in Calabria, nell’inchiesta All Inside della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che sta assestando duri colpi alla ‘ndrina dei Pesce. Anche grazie alla deposizione della nipote di “Mussuni”, Giuseppina Pesce, la prima collaboratrice di giustizia appartenente a una ‘ndrina di calibro. E dire Pesce in Calabria - sostengono i magistrati - è come dire Riina in Sicilia, per intenderci.
Non solo: Rosarno, la loro roccaforte nella Calabria tirrenica, dagli atti dell’indagine Crimine risulta il comune d’Italia con la più alta densità criminale d’Italia. “A Rosarno ci sono 15 mila abitanti e da alcune intercettazioni ambientali abbiamo scoperto almeno 250 affiliati e non meno di 7 che se ne affacciano ogni settimana” spiegava l’allora procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. “Se a questi aggiungiamo parenti, amici o conoscenti, significa che la ‘ndrangheta controlla la vita dei cittadini con un metodo quasi democratico, senza usare la violenza, perché ha la maggioranza. In un paesino come Rosarno vanno a presentarsi gli affiliati per chiedere consigli e il rispetto delle regole. Parlo di ‘ndranghetisti che arrivano dal resto dell’Italia ma anche dalla Germania e dalla Svizzera per dirimere divergenze o controversie”.




Ma perché vi sto presentando Giuseppe Ferraro “Mussuni” e il paese da cui partono i suoi affari? Perché in quella che fu la sua casa e base operativa in viale Jenner a Milano, domenica 11 novembre presenterò il libro La mia ‘ndrangheta (ed. Paoline).
Il Comune di Milano e Libera organizzano infatti, dal 9 all’11, il primo Festival dei beni confiscati, che coprirà tutta la città, dentro 19 immobili appartenuti alle mafie (a Milano sono 300 quelli già confiscati, in Lombardia 800). Appartamenti, laboratori, esercizi commerciali utilizzati fino a ieri per il traffico di stupefacenti, il riciclaggio di denaro sporco, l’usura, lo sfruttamento della prostituzione, e oggi di proprietà del Comune che a sua volta, come vuole la legge, li ha destinati a enti e associazioni che li fanno rivivere con progetti e attività sociali. L’appartamento di viale Jenner 31, per esempio, è adesso un centro d’accoglienza per anziani in difficoltà. 




Il manifesto del Festival realizzato dagli studenti del NABA
e di Scienze Politiche.


Mi avevano comunicato solo l’indirizzo ed ero troppo curiosa di conoscere la vita precedente di quella casa. Così ho scoperto “Mussuni”, e ho pensato a una strana coincidenza. Ho infatti appena scritto un articolo su Giuseppina Pesce, intervistando la pm di Reggio Calabria Alessandra Cerreti che ha raccolto le sue deposizioni. Mi sono naturalmente appassionata alla vicenda di questa giovane donna, figlia di un boss, lei stessa sotto processo per associazione mafiosa, che a un certo punto decide di parlare, voltando le spalle di scatto al mondo malato che pure l’ha cresciuta e forgiata. Voleva un futuro diverso per i suoi due figli, maschio e femmina. Voleva che potessero scegliere, almeno loro, da che parte stare. E voleva schiaffeggiare, soprattutto, quel pensiero maschilista che le ha imposto ogni passo della sua esistenza, relegandola a donna ombra.

Pentendosi, Giuseppina s’è riappropriata del libero arbitrio e ha fatto di testa sua, per la prima volta nella sua vita. 
Suo zio Giuseppe Ferraro, durante il processo All Inside, le ha dato della pazza. “A mia nipote serve uno psichiatra”, ha detto in aula, tentando di gettare irrisione e squallore sulla decisione sofferta e difficilissima della donna. Ed è stato anche fra quelli che rifiutavano come interlocutrice la magistrata Alessandra Cerreti, proprio in quanto donna.
Invece le storie di donne come Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo ci raccontano una Calabria al femminile diversa, rivoluzionaria, capace persino di rischiare la vita per un valore, un amore, uno spiraglio di cambiamento. Un’antologia di donne la cui storia deve ancora essere scritta. 


Anche di questo parleremo, domenica 11 novembre alle 18, io e l'avvocatessa di Libera Ilaria Ramoni.


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