NON CHIUDETECI NEL NOSTRO CORPO


Oltre cento milioni nel mondo, 94 mila in Italia. Tante sono le vittime di mutilazioni genitali. Una pratica che non c'entra nulla con la religione islamica, ma tuttora in uso in 40 paesi, di cui 28 stanno in Africa. E l'Europa, adesso, tenta una strategia comune per dire basta

 
Yasmine non è riuscita a svenire, mentre le zie le divaricavano le gambe e un’anziana semicieca tagliava con un pezzo di vetro, modellandola ritualmente sul minuscolo diametro del seme scuro di una pianta sacra. Lei si dimenava, fratturandosi il bacino tra le convulsioni, e così rendeva lo scempio prolungato, il dolore più assurdo e fissato per sempre, intero, nei suoi incubi.
Sono passati trent’anni dalle sue grida nella capanna di un villaggio somalo e Yasmine, emigrata a Milano dove ha un lavoro, un divorzio alle spalle, poche amiche e nessun figlio, resta una donna a metà.
Quando i medici l’hanno de-infibulata perché i dolori mestruali, con il sangue che ristagnava, erano insostenibili, andare al bagno una tortura e i rapporti sessuali impossibili, le donne di famiglia l’hanno fatta vergognare. Poi un imam le ha rivelato che nessuna sura del Corano identifica la vera donna, pura e onorata, con quella che ha provato lo strazio redimente della mutilazione genitale, e lei ha sentito un’altra lacerazione, altrettanto violenta: ingannata dalla società natìa e aliena in quella d’adozione, si dibatte in un limbo da allora.

Per fortuna non tutte le vittime di mutilazioni genitali sprofondano nella schizofrenia culturale com’è accaduto a Yasmine. Zeinab, etiope bellissima, ha ricostruito la sua identità: aveva seguito il suo amore in Italia e temeva che lui non l’avrebbe sposata se si fosse fatta scucire. Finché le hanno spiegato che no, questa presunta purezza non ha valore, qui. Lei ha reagito rabbiosa: «Mi hanno insegnato che tutte le donne del mondo sono chiuse» e piano piano, già più che trentenne, ha scoperto il piacere sessuale.
Sono 100 milioni al mondo, forse 140, le donne marchiate a sangue: dal taglio della clitoride all’escissione delle piccole labbra, fino all’infibulazione (in uso nel Corno d’Africa, oltre che in Egitto e Sudan), che asporta anche le grandi labbra, si conclude con una stretta cucitura e condanna a infezioni, cistiti croniche, dolori mestruali atroci.
Nessuno le ha mai davvero contate, le vittime di una tradizione senza fondamento religioso, anzi, che offende il Corano, come afferma con decisione la dottoressa somala Aisha Omar, musulmana osservante e da sempre in prima linea contro questo scempio nel suo paese, appena premiata a Saint Vincent come “Donna dell’anno 2008”.
In Italia - stima il ministero della Salute - sarebbero 94 mila, e quattromila bambine figlie di immigrati egiziani, senegalesi, somali, eritrei, etiopi, sudanesi, nigeriani rischierebbero di essere “sistemate” in vacanza, nel paese d’origine. Oppure tagliate clandestinamente da venali madame, come faceva una nigeriana a Verona, 300 euro a “intervento”, specializzata in neonate. Il primo arresto secondo la nostra legge del 2006 che prevede il carcere anche per chi va all’estero a commettere il reato.
L’Italia sarebbe tra i paesi europei con il maggior numero di donne mutilate «con Spagna e Francia» sostiene la deputata europea Roberta Angelilli, che ha appena promosso a Roma un convegno sul tema. E l’Europa, per la prima volta, studia una terapia d’urto: una legislazione uniforme che precluda agli immigrati i viaggi dell’orrore in paesi più permissivi (oggi solo Italia, Svezia, Norvegia e Gran Bretagna hanno norme ad hoc, per altri le mutilazioni genitali rientrano nel calderone delle lesioni personali) e un protocollo sanitario per l’intera Unione che aiuti a censire le donne e a istruire i medici su come approcciarle e curarne le complicazioni.
È la battaglia inaugurata da Emma Bonino, oggi ripresa a Bruxelles da Cristiana Muscardini di An, perché sui diritti umani e l’integrità della persona il pensiero non può che essere univoco oltre le appartenenze politiche.
Il documento presentato da Muscardini sarà votato in febbraio dal Parlamento Europeo, per poi - è la speranza - entrare nella direttiva sull’immigrazione, vincolante per ogni Stato: «Senza un’azione comune» dice l’eurodeputata «il resto è carta straccia».
«L’Africa ha già condannato compatta le mutilazioni genitali, con il Protocollo di Maputo del 2005, e a poco a poco si emanano leggi nazionali» osserva Marian Ismail dell’associazione milanese “Donne in rete”, somala naturalizzata italiana e consulente della Regione Lombardia. «Le prime a dire basta sono proprio le africane in Africa». Per le emigrate in Europa, invece, il sentire è frenato: ciò che in Africa era virtù, qui è incolmabile differenza. E loro, ai nostri occhi, sono portatrici di un marchio di barbarie. «Sembra paradossale» dice Marian «ma è più semplice far capire alle meno istruite che la mutilazione è una violazione da non perpetuare sulle figlie. Per molte immigrate colte, al contrario, la tradizione è un segno di identità di cui vantarsi, quasi: le più ricche portano a “sistemare” le figlie dai chirurghi di Dubai».
Persino Wangari Maathai, la kenyota Nobel per la pace nel 2004 e oggi nemica del taglio rituale, in passato aveva ottenuto il seggio al Parlamento del suo paese inneggiando all’importanza dell’escissione.

E allora con le immigrate funzionano chiacchiere e tè, come fa “Donne in rete”, meglio se con l’autorevolezza di un imam e con il coinvolgimento di padri e mariti. «Alcune hanno bisogno di una riabilitazione psicologica e motoria: l’infibulazione fa camminare a passetti, come le geishe».
«Non parliamo di mutilazioni genitali come di inciviltà, con loro: il modello culturale è complesso» sottolinea il dottor Aldo Morrone, che all’Ospedale San Gallicano di Roma dirige una struttura d’eccellenza per la sanità migrante. «La ragazza “chiusa” è dote per lo sposo, la mutilazione è rito di passaggio al menarca, l’infibulazione - si pensa - è fertilità e de-infibularsi per il parto, per molte, è tradire le radici». Una giovane laureata, cresciuta a Roma, figlia di un diplomatico africano, voleva de-infibularsi per non soffrire più nei rapporti sessuali: sette volte ha fissato l’appuntamento, sette volte non s’è presentata.
Morrone ammette di aver visitato bambine in preda a emorragie sospette «ma nelle mutilazioni di primo tipo, in cui s’incide solo la parte superiore della clitoride, è difficile dimostrare un intervento clandestino».

«Negli anni Novanta ho lavorato a Gibuti: quando ho visto cosa facevano alle bambine ero disgustata» racconta la ginecologa Graziella Sacchetti dell’ospedale San Paolo di Milano, che assisteva le donne infibulate in tempi in cui i suoi colleghi pensavano che si trattasse di strane malformazioni. «Poi ho imparato a decentrarmi perché, pur condannando la violenza, dovevo costruire un dialogo con queste donne. Una paziente sudanese mi ha messo davvero in crisi: dovevo de-infibularla per il parto, lei mi ha chiesto di ricucirla subito dopo. Avevamo instaurato un rapporto importante, ero in difficoltà: le ho detto che ricucirla sarebbe stato reato, per la legge italiana. Lei si è consultata con il marito, nella loro lingua, e con disarmante dolcezza mi ha implorata: “Dottoressa, per favore, solo un punto”. Volevo sprofondare. Ma dopo il parto, la signora aveva davvero bisogno di un punto di sutura, un intervento di routine che si pratica spesso anche con le italiane. Ero salva. In pace con me stessa e con lei».

Io donna, 6 dicembre 2008.

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